Il Futuro del Setter Inglese in Italia

Il Futuro del Setter Inglese in Italia

E’ diventata l’Italia, oggi, la nuova patria del setter inglese, secondo quanto ebbe a profetizzare più di quarant’anni or sono Ciro Matteucci. In effetti, la situazione attuale potrebbe generare un grande ottimismo: i setter “italiani” hanno conquistato il mondo, soprattutto quelli provenienti da genealogie da lavoro, basta osservare, per rendersene conto, i pedigree dei soggetti che partecipano alle competizioni europee e notare come in questi risaltino sempre nomi accompagnati da affissi e prefissi nostrani.

E poi, ventimila cuccioli all’anno o giù di lì (appena dopo il pastore tedesco): un potenziale da gestire con grande perizia, se vogliamo evitare di far decadere la razza in un’accozzaglia di ausiliari senza stile ne personalità, cani dal pelo lungo che si distinguono unicamente per la passione della caccia. Il setter inglese, se non avesse attitudini venatorie, potrebbe ancora essere allevato per la sua indiscutibile bellezza e in vista delle esposizioni, ma sarebbe inevitabilmente la sua fine. Soprattutto da noi, dove la spinta venatoria è stata quella che lo ha fatto giungere alle vette più alte, sia numeriche sia qualitative. In altre parti del mondo ciò è accaduto, vedi Stati Uniti e Inghilterra. In quest’ultima nazione soprattutto, patria d’origine della razza, succede spesso che un cacciatore in cerca di un setter da lavoro debba rivolgersi ai nostri allevamenti. Negli ultimi anni abbiamo assistito, quindi, a una parabola ascendente, pur se ci sembra di ravvisare che ormai si stia verificando una stasi, che potrebbe indicare l’inizio di quella inevitabile recessione che segue tutti i processi di massima espansione. D’altra parte, qualcuno, nel leggere tali affermazioni, potrebbe al contrario dichiarare che il setter inglese è ancora in fase evolutiva, che i numerosi campioni che ogni anno si distinguono nelle prove e nelle esposizioni sono testimoni della salute della razza e che non c’è alcun problema da risolvere. Cerchiamo dunque di fare un po’ di chiarezza. Chi segue le prove potrà constatare che centinaia di validi soggetti vi partecipano, ma se consideriamo il numero degli iscritti al LOI dobbiamo per forza rammaricarci del fatto che il rapporto non è ottimale. Le esposizioni hanno visto, pur nel successo complessivo, un abbassamento notevole del numero degli iscritti delle razze da caccia e particolarmente da ferma, tanto che le classi dei setter e dei pointer, anche nelle manifestazioni più prestigiose, contano solo pochi iscritti. Non rimane che rifarci con la caccia, dove si riversano le migliaia di setter che annualmente nascono, ma anche in questo campo esistono numerosi problemi relativi ai sistemi d’allevamento. Che il setter inglese sia oggi l’ausiliare più ricercato, amato e impiegato in ogni forma venatoria dove la ferma è veramente necessaria non deve infatti farci dimenticare i numerosi soggetti che nascono con una timidezza congenita, quelli con imperfezioni fisiche o con tare che pongono fuori standard, oppure con patologie gravi come la displasia dell’anca. Che poi si dica che le altre razze non stanno meglio a noi non interessa, e bisogna lavorare affinchè la nostra superi le lacune che ancora permangono.

Purtroppo la grande popolarità che il setter inglese ha raggiunto non è stata d’aiuto al suo miglioramento, e gli accoppiamenti casuali, eseguiti con leggerezza, con esemplari che sono considerati validi solo perché muniti di certificato genealogico ma dei quali non si considera l’equilibrio reciproco delle doti, si verificano ancora regolarmente. Vi sono, è vero, anche ottimi allevatori, che riescono a tirar fuori dalla razza una miriade di soggetti di alto livello, i cui nomi risaltano poi in tutte le cronache delle prove alle quali partecipano, ma per la verità non sono molti, se consideriamo il numero dei setter inglesi iscritti al LOI anno dopo anno. Per quanto riguarda il tanto declamato stile, per le critiche che sono state rivolte alla razza quando i soliti soloni giuravano che questa era in declino, possiamo di contro affermare che di soggetti che si muovono, fermano, guidano secondo i canoni prestabiliti ce ne sono e sono numerosi. Si tratta delle solite famiglie ormai conosciute, dove gli accoppiamenti vengono fatti in lìne-breeding, cioè a consanguineità meno stretta, e dove ricorrono le stesse linee di sangue che si affermano e si riconoscono. I soliti pessimisti, quando asseriscono che di setter inglesi validi come lavoro ce ne sono ma che quelli veramente dotati di stile non arrivano a dieci, dovrebbero frequentare maggiormente le prove per rendersi più o meno conto della veridicità dell’asserto. Purtroppo non sono molti coloro che operano in tale modo, cioè, rifuggendo sia dall’ hapha-zard sia dall’ imbreeding, credendo nel valore dei pedigree di famiglia. Al tempo dei Grandi Allevatori (le maiuscole sono d’obbligo) questo era il sistema vero, sicuro, quello che faceva riconoscere i prodotti a vista d’occhio, sia osservandoli in posa, sia guardandoli muovere sul terreno. Questa mancanza ha generato un alone di incertezza, tanto che, oggi, difficilmente si potrà intuire in un cucciolo la stoffa del futuro campione, come invece avveniva una volta, quando si portava via il cagnolino dall’allevamento di grido sicuri di aver scelto un buon soggetto. Viviamo in un’epoca in cui il consumismo ha determinato, tra le altre cose, anche un diverso modo di allevare, un modo che, a dispetto del nome e dell’affisso, si muove sulla via dell’oblio, e che fa scegliere i maschi riproduttori tra i campioni più famosi non tanto per una razionale esigenza zootecnica quanto per il vanto di possedere il figlio del setter più celebre. Nessun conto si tiene delle femmine, ne delle loro doti o difetti: tutto è affidato alle capacità del maschio, che infine si prende le colpe quando i risultati non sono all’altezza delle aspettative. Gli attuali ventimila cuccioli annui sono il prodotto di questi occasionali accoppiamenti e, poiché tutti avvengono in purezza (anche i cacciatori tengono oggi al pedigree), può anche darsi che qualche soggetto ricalchi la parte migliore dei genitori e si distingua. Però tutto è basato sulla fortuna, sul caso.

In sintesi, per la razza sarebbe meglio che se i cuccioli prodotti annualmente fossero un numero più contenuto ma che provenissero esclusivamente da allevamenti seri, costituiti da pochi, scelti soggetti; che si rifuggisse, insomma, dagli allevamenti che lavorano su scala industriale e, all’opposto, da quelli amatoriali, in cui si opera senza alcuna cognizione tecnica. Se, nonostante queste aberrazioni, il setter inglese ha ancora tanta vigoria genetica, ciò costituisce un merito ulteriore della razza. Ma immaginiamoci quale potrebbe essere il suo successo si operasse nel modo giusto.Il nostro beniamino ha raggiunto, nel mondo della caccia, il primo posto assoluto: infatti, su dieci ausiliari adoperati al servizio del fucile, almeno otto sono setter inglesi. Quale caccia? Una radicale mutazione ecologica già in atto da alcuni decenni ha causato nella nostra Penisola la totale spari/ione dei selvatici più idonei all’azione del cane da ferma, del setter inglese e del pointer in particolare. Ci riferiamo soprattutto alla starna, che un tempo popolava le colline e le medie montagne, nonché alcune pianure italiane, e che era la selvaggina ideale per il fermatore nel vento (l’uso di diserbanti ha comportato la distruzione di quella microfauna così appetita dai giovani dopo la schiusa delle uova). In netta diminuzione in montagna, anche le coturnici, altra selvaggina specifica per il lavoro del fermatore. Dove ancora esiste, essa è stata tutelata da leggi protezionistiche o da altri vincoli e quindi è divenuta un miraggio non più raggiungibile. Peggiore sorte per la pernice rossa, che, se è ancora reperibile in qualche zona, è sempre frutto di ripopolamenti con soggetti provenienti da voliera. La sparizione . totale degli acquitrini e la trasformazione in oasi di tutte le zone palustri ha inoltre impedito al fermatore di esibirsi con un’altra meravigliosa selvaggina: il beccaccino. Rimane, in verità, la beccaccia: il bosco l’ha salvata perché questo habitat, seppur depauperato, regge agli inquinamenti. Lo scolopacide valorizza il buon fermatore e il setter inglese in particolare. Il modo che ha quest’ultimo di ^ adattarsi nell’intrico del bosco, le lunghe filate sull’emanazione, le ferme statiche rette nel tempo, le guidate caute senza muover le foglie hanno fatto del setter inglese l’ausilia-| rè specifico per questa attività venatoria. Se poi aggiungiamo che sette volte su dieci è un buon riportatore d’istinto, allora ricaviamo un quadro perfetto, difficilmente raggiungibile da altre razze, salvo casi particolari che non riguardano la norma ma l’eccezione. Altro selvatico vero, quando si ha la fortuna di abitare in zone interessate alle linee migratorie, è la quaglia. Non è il selvatico ideale, ma se vive in campagne aperte, poco dense di vegetazione, dove spira aria continua (ad esempio, gli altipiani di montagna), allora può essere considerato valido sotto tutti gli aspetti. Rimane da parlare del volatile più comune, di quel variopinto gallinaceo che tanti disprezzano e tanti adorano, di quel selvatico che non si sa se abbia condannato o salvato la caccia: il fagiano. Nell’Italia centrosettentrionale è forse l’unico selvatico perseguibile dall’apertura alla chiusura della stagione venatoria, l’unica esca con cui il setter si deve confrontare, da quando è cucciolone fino a quando la sua carriera d’ausiliare si conclude. Inutile perderci in elucubrazioni sofisticate, il fagiano rimane sempre il re incontrastato della campagna, sia che provenga dalle voliere o che sia nato da una fortunata nidiata primaverile.

Ma la domanda è sempre la stessa: è valido il fagiano come selvaggina per mettere in risalto le qualità del fermatore e del setter inglese in particolare? La risposta è molto semplice: il fagiano non ha il pregio della starna, soprattutto per la sua insistenza nel pedinare, che induce il cane a dar sotto quando non riesce a risolvere sia con l’immobilità della ferma sia con la guidata prudente ma in certi casi, soprattutto nei mesi estivi. se la caccia non ha generato in lui troppa diffidenza, il suo incontro può ancora evidenziare nel cane le doti del vero fermatore. Col passare del tempo, in autunno inoltrato o in pieno inverno, il fagiano non è più selvaggina per il setter inglese (meglio uno spaniel). Ma ciò in termini generici. Infatti, chi ha avuto la fortuna di possedere un soggetto di grande olfatto, solido fermatore ma soprattutto guidatore (o gattonatore ), cauto, felino e silenzioso, che riesce a portare avanti la “passata” del fuggitivo finché questo non si decide a trattenersi in un angolo più nascosto del bosco o del campo e reggere la ferma, non può affermare che tale selvaggina non sia adatta per questo lavoro. Sul fagiano vengono fatte le prove di caccia, anche internazionali. che laureano tanti campioni, e sempre sul eodalunga si possono osservare (e ammirare) momenti particolari d’intelligenza venatoria come su poca altra selvaggina. Il setter inglese da prove, prima di essere condotto sui fagiani, dovrebbe essere stato messo a posto sulle starne, anche se tale addestramento può indurre a qualche esitazione relativa all’accortezza della grigia, più pronta al frullo e meno pedinatrice. Il fagiano o però deleterio quando il setter è abbandonato a se stesso, quando, conquistato dalle cattive abitudini, diviene, come si dice in Maremma, “affagianato”, quasi un segugio, capace solo di penetrar roveti per dar sotto sui mongolia che non vogliono saperne di mettersi in ala. Il proliferare del fagiano ha creato diversi problemi alla razza, ma ha lasciato intatte quelle caratteristiche venatorie che si tramandano solo quando l’esercizio pratico viene messo in atto e la conquista del carniere è punto meritevole del cane. Il cacciatore s’ingegna come può. Ma il cinofilo? Ecco quindi che sull’avvenire del setter inglese si profilano nuove nubi all’orizzonte. Come ovviare nei nostri terreni, alla mancanza di starne, selvaggina che, come si è detto, risulta indispensabile per portare a compimento il dressaggio del cane? Un solo sistema: spostarsi all’estero, dove esistono (o esistevano) tante zone ricchissime di starne, soprattutto nei Paesi dell’Est, dove l’agricoltura è ancora a una fase poco evoluta e quindi più adatta alla produzione della selvaggina. L’Est europeo: ecco il miraggio inseguito per tanti anni dai nostri dresseur.

Oggi, tuttavia, anche questi paradisi stanno perdendo molto dell’antico fascino. Ai loro abitanti non rimane che il rimpianto di non aver saputo conservare un patrimonio faunistico che valeva un tesoro; a noi quello di aver perso così tanti anni cullandoci sui sogni esterofili, di non aver tentato di ricostruire un nostro patrimonio naturale. L’avvenire del setter inglese dipende soprattutto dalla volontà degli organi competenti di ricostituire un patrimonio naturale consistente, dove sia possibile individuare i riproduttori con prove cinofile veramente valide e, in secondo tempo, dove ai cacciatori venga consentito di esercitare i propri ausiliari sulla selvaggina senza ricorrere al lancio prima di slegare il cane, metodo che, pur dimostrandosi di qualche utilità, ma non è mai il migliore per sviluppare le doti più tipiche della razza. Certo, non disdegnarne le aziende faunistiche dal ripopolamento facile, le zone di addestramento con il fagiano sotto la siepe, il quagliodromo, il fagianodromo ecc., perché in mancanza d’altro sono utili anch’essi, specie se saputi adoperare. Ma cerchiamo nel frattempo di ricostruire quello che è possibile, come. con buona volontà, è stato fatto in altre nazioni dove la starna era scomparsa. Abbiamo il timore che. se non verranno ricostituiti i presupposti ambientali utili a esercitare il setter inglese sul terreno di caccia, la razza si orienterà verso altri valori che, seppur affascinanti, sono comunque lontani da quelli originar! per i quali la razza stessa è stata creata. Stiamo parlando, inutile specificarlo, delle esposizioni. Il setter inglese è un cane magnifico, forse il più bello di tutti, anche del tanto conclamato setter irlandese, perché ha una personalità più spiccata, un’avvenenza che rimanda direttamente alle sue doti fisiche. Ma la bellezza dev’essere, nelle razze da caccia, esclusivamente finalizzata e funzionale: quando ci si discosta da questo criterio la bellezza rimane vuota e inutile. Il rischio, insomma, oggi più che mai è quello di una perdita di eleganza e snellezza per mancanza di lavoro adeguato, e di una trasformazione dettata più dal gusto che dall’utilità. Quindi ancora una volta è necessario ribadire che, per un’integrale valorizzazione del setter inglese, è importante che esposizioni e prove vadano a braccetto, che mai avvenga il divorzio, pena l’abbandono dell’unica figlia possibile, la caccia, che da loro dipende. Chi conosce solo i morbidi tappeti dei ring e non le stoppie riarse dall’afa agostana scelga altre razze più consone: avrà almeno il merito di avere agito con intelligenza e di non aver partecipato alla rovina del setter inglese, nato per vivere esclusivamente all’insegna di Diana.

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