La popolarità oggi raggiunta dalla razza ha fatto sì che siano tanti coloro che si sono improvvisati allevatori, spesso senza troppe cognizioni in materia, con risultati alterni, sempre dovuti al caso, sia nel bene sia nel male. La grande quantità di soggetti puri, che vivono nel nostro Paese nelle case degli utilizzatori, ha infatti determinato in parte la scomparsa della figura del grande allevatore, quello cioè che lavora su determinate linee di sangue e che si riconosce dai prodotti, sia per il tipo che per il lavoro. Accoppiare un maschio a una femmina nel momento giusto e aspettare, a tempo debito, quello che la natura riserva è cosa semplice e non sempre i risultati sono negativi, ma la mediocrità spesso regna sovrana, perché l’unione di correnti di sangue lontane difficilmente crea problemi tali da dover scartare i prodotti, ma altrettanto difficilmente questi riusciranno a eccellere.
Si ripropone quindi la figura dell’allevatore, che nel passato ebbe grande parte nella storia della razza e che continuerebbe ad averla se i pochi che si distinguono ancora oggi potessero ottenere più spazio e più considerazione, soprattutto dagli utilizzatori pratici e non solo da coloro che cercano le affermazioni nei field o nei ring. Non credo che il setter inglese avrebbe avuto tanto successo se in Inghilterra, assieme a Laverack, Llewellin o Humprey, vi fosse stato un altro centinaio di piccoli allevatori occasionali che al primo calore della propria cagna l’avessero fatta accoppiare senza cognizione di causa. In sintesi, è solo lo studioso, il ricercatore, che però controlla poi i prodotti ottenuti per la convalida del lavoro e non rimane relegato in uno sterile studio, che può servire al successo della razza e far sì che questa non si fossilizzi in un’aurea mediocritas. Anche in questo periodo, caratterizzato dall’iscrizione nel LOI di circa ventimila cuccioli l’anno, che nascono soprattutto da accoppiamenti improvvisati, esistono allevatori di tutto rispetto, che sono riumomenti all’allevamento Frandry’s…sciti a dare ai loro prodotti un’impronta che li distingue, tanto da poter essere riconoscibili tra la pletora degli innumerevoli soggetti che nascono in ogni angolo della Penisola. Riproponiarno i principi di allevamento che servono come base di lavoro, che ci furono insegnati dai maestri inglesi e che ancora possono costituire il supporto fondamentale.
L’ hap -azard è il sisterna più praticato dagli allevatori nostrani e consiste nell’accoppiamento tra due riproduttori che pur appartenendo alla sLessa razza sono lontani corne linee genetiche. ~ il normale accoppiamento che viene praticato, con soggetti che si ritengono validi, cercando di fissare, con l’aiuto della fortuna, quelle caratteristiche che possiedono. Molto praticato è anche l’accoppiamento occasionale, effettuato dell’allevatore inesperto che ragiona nel modo più semplicistico: maschio + femmina = cucciolata. I figli di simili connubi risultano molto forti e pieni di salute, ma troppo spesso sono eterogenei e non si riesce mai a stabilire da che parte vengano i pregi o i difetti che poi affiorano. Bisognerebbe che anche con questo sistema si tenesse maggiormente conto delle genealogie, ricordando che non sempre sono i genitori a dare le doti che si ricercano ma più spesso i nonni e i bisnonni. E assolutamente necessaria la conoscenza delle qualità e dei difetti dei soggetti che appaiono nelle linee principali del pedigree, cercando di accoppiare per compensazione, evitando però quei setter che possiedono geneticamente più vizi che doti, scartando senza esitazione quelli portatori di tare piuttosto gravi. Gli inglesi sono sempre stati assertori del l’accoppiamento in consanguineità per l’issare il ceppo della loro famiglia di cani, tanto che tutti i vecchi allevatori, quando parlavano o scrivevano, avevano l’abitudine di dire: A miei cani hanno frange molto lunghe, i miei setter a sei mesi già sono utili a caccia, la mia corrente non produce soggetti piccoli ma hanno tutti una taglia considerevole ecc.”. Tale sistema di allevamento in consanguineità viene chiamato inbreeding (accoppiamento in famiglia) ed è il migliore per creare un ceppo omogeneo, ma bisogna interrompere e immettere sangue estraneo appena si notano degli squilibri allarmanti. Laverack, dopo aver avuto tanto successo (i suoi setter erano tutti partiti da Ponto e Old Moll), finì con la sterilità completa delle femmine e in alcuni casi con fenomeni di cecità. Fu questo il motivo del dissidio sorto tra lui e Llevvellin. Il grande scienziato Buffon afferma che l’unione strettamente consanguinea, soprattutto tra fratello e sorella, dà prodotti scadenti, deboli, soggetti al rachitismo, al nervosismo, di taglia ridotta e con la predisposizione alle malattie virali e all’acuirsi di problemi ereditari quali la displasia, il prognatismo ecc.
Eppure moltissime specie di animali si riproducono, anche liberamente, in stretta consanguineità, come i colombi, perché da una sola coppia può uscire infine una nutrita colombaia. Ma ai colombi non si richiedono le doti che invece si pretendono dai cani, basta che continuino a vivere, a riprodursi, a volare, e se muoiono per le ragioni già descritte nessuno se ne accorge. Gli accoppiamenti fra madre e figlio o padre e figlia sono meno pericolosi di quelli tra fratelli e possono dare prodotti eccezionali quando sono intercalati da correnti di sangue non troppo distanti ma eterogenee. Una via di mezzo, nel l’allevamento, può essere costituita dal line breeding, che consiste sempre nel l’accoppi amento in consanguineità ma limitatamentuna bella e numerosa cucciolata….e a parentele meno strette, come nonni e nipoti. Si tratta, a nostro parere, della formula migliore, in quanto evita i rischi sia dell’haphazard che dell’inbreeding (rifugge sia dal l’accoppiamento in stretta consanguineità che da quello tra correnti di sangue eccessivamente lontane). A volte però anche la consanguineità stretta (fratello x sorella) ha dato prodotti eccezionali, ma spesso è stata constatata la riapparizione di difetti gravi quali la taglia ridotta, il progratismo o la displasia. L’accoppiamento in stretta consanguineità dovrebbe essere sostenuto dallo studio attento dell’allevatore, il quale non dovrebbe avere come mira il commercio dei suoi cani ma il conseguimento di un risultato eccezionale, che solo i soggetti di correnti omogenee possono garantire. Molte volte alcuni difetti psichici (mancanza di equilibrio, paure varie, testardaggine e difficoltà di dressaggio) sono stati attribuiti alla consanguineità, ma non sempre queste deficienze hanno la causa prima nella parentela tra i partner. In sintesi: se si accoppia in consanguineità è necessario che i prodotti provengano da genitori esenti da tare, con soli meriti, che si possano ancora esaltare, dato che tale unione potenzia le qualità positive e negative, ma quest’ultime sembrano trarne più profitto. E per questo che gli allevatori del l’Ottocento, che appartenevano tutti a famiglie molto agiate, dove i cuccioli che nascevano andavano ad arricchire le scuderie di famiglia, seguivano il metodo dell’inbreeding. Naturalmente questa tecnica risulta possibile se i pedigree sono veritieri, se cioè non vi sono falsi, che spesso non vengono riconosciuti da chi opera.
Purtroppo dobbiamo amaramente constatare che in molti casi la veridicità dei certificati genealogici non sempre è sicura, per motivi ascrivibili a una serie di circostanze che l’ENCI, pur operando nel migliore dei modi, anche con l’aiuto dei gruppi cinofili provinciali, non riesce a evitare. In questo caso, colui che crede di accoppiare una certa linea di sangue (avendo acquistato un cucciolo) si trova poi con prodotti lontani da quelli ai quali aveva mirato. Ecco perché l’acquirente deve sempre fidarsi dell’allevatore che ha scelto in base alla sua fama – che poi deriva dalla qualità dei prodotti -, ottenuta nel tempo e non come occasione fortuita. Sarà opportuno scegliere sempre l’allevamento che avrà avuto continuità nel successo, senza scarti eccessivi, pur se i suoi campioni possono essere stati rari. Meglio quindi un allevamento che dia la garanzia di un buono e sicuro cacciatore piuttosto che la speranza di un ipotetico campione, che è da considerarsi un eccezione. L’allevamento è pieno di incognite, ma tutto può contribuire al successo, in primo luogo la conoscenza e la validità dei due partner e della loro genealogia. Ribadiamo dunque quello che abbiamo sempre affermato, e cioè che non è la buona genealogia ajàre il buon cane, ma il buon cane a fare la buona genealogia. Anche l’età dei riproduttori può influire sulla bontà dei prodotti perché, se la femmina a otto-nove mesi già potrebbe concepire una cucciolata, il maschio a quell’età non è ancora assolutamente pronto. Una femmina dovrebbe partorire quando ha raggiunto i due anni; il maschio, invece, al momento della riproduzione dovrebbe aver compiuto i tre anni ed essere in piena forma. Non è poi vero, come molti asseriscono, che il maschio influisca sulla cucciolata ben più della femmina, dato che per risultati scientifici prevale soprattutto quel partner che ha maggiore valore genetico e quindi maggiore forza di trasmettere le proprie doti (e anche i propri difetti). Quando si dice che un soggetto è un buon riproduttore, significa che esso trasmette ai figli qualcosa di indefinito ma tale da identificarsi in un elemento che, all’occhio esperto, rivela subito la discendenza. Inoltre, non sempre doti o difetti che sono palesi nei riproduttori si rivelano appieno nei figli, perché a volte si tratta di caratteristiche proprie degli avi e che quindi possono deludere le aspettative. Per cui, prima di dare indicazioni sicure, bisogna almeno aspettare l’esito di una cucciolata.
Si possono trovare due partner che riescono a concentrare le doti e a dare, nei prodotti, il meglio di loro stessi, mentre altri soggetti poco concedono e trasmettono, oppure possiedono determinate linee genealogiche che però non vengono fuori perché non riescono a legare con il partner come linee di sangue. Il colore del mantello risente della genealogia almeno quanto il carattere. Il bianco-nero, il tricolore (nero, bianco e focato), il bianco-arancio, il bianco-fegato (liver) sono linee cromatiche che si possono anche unire, se non viene considerato il colore del pelo ma solo le doti di lavoro. Chi alleva per le esposizioni è più interessato alla polieromia dei manto e preferisce il bianco-arancio, che ottiene ac coppiando solo soggetti di questa varietà. Il bianco-nero, detto anche blue-belton, è forse il più tipico in quanto più antico. Il tricolore riporta sovente a notevoli correnti da lavoro, ma è affascinante se disposto a virgole e non a grandi macchie. Il bianco-fegato, o 1iver-be1ton, è bianco e marrone, di un colore scuro che tende al rosso, ma non è come le focature. è un colore antico, che spesso si unisce a doti eccelse di lavoro, ma non è sempre accettabile, soprattutto quando con questo tipo di mantello appare il colore giallastro degli occhi. Il bianco-arancio, più o meno carico, molto tipico, che si unisce spesso a mantelli ricchi di frange, è caratteristico dei soggetti da esposizione, ma non è escluso che vi siano anche gagliardi trialer di questo colore, come la storia passata e recente del setter insegna. Possono nascere, da alcune vecchie correnti, soggetti liver con focature alle sopracciglia e qualcuno si chiede se queste siano tipiche. Da parte nostra diciamo che non sono attraenti ma che senz’altro assicurano purezza di sangue. Come pure quando, in questo colore, vi sono peli neri all’apice delle orecchie. L’arancio può assumere il tono del limone, che Laverack chiamava lemon per distinguerlo dall’arancio (orange). Il tricolore era chiamato black, white and tan, e per tan si vuoi significare il focato con piccole macchie. Nel setter inglese il colore completamente bianco o quel lo del tutto nero non esistono, almeno nei tempi attuali. Per il passato valga invece la citazione di Laverack, che ricorda la razza di Lord Ossulton, che produceva soggetti di un nero lucido (jais) con “mantelli lucidi e risplendenti quanto la seta più nera”. I mantelli apparentemente tutti bianchi hanno sempre qualche nioschettatura al muso o alle zampe e sono anche apprezzati, purché non vi siano depigmentazioni alle palpebre, cosa che invece si verifica spesso. Nel nostro Paese si è fortunatamente attenuata la tendenza, tipica della patria d’origine del setter, di produrre soggetti da esposizione o da lavoro, dimenticando che la razza dovrebbe assommare le due doti, del bello e del bravo, non come indipendenti e staccate, ma fondendole in un’unica forma, dato che, almeno in teoria, il setter, oltre ad avere psiche e mentalitàcuccioli appena nati…. venatorie, deve essere costruito secondo i canoni dello standard, affinché possa reggere agli sforzi e prendere quel espressione nel lavoro che caratterizza la razza. Purtroppo si è verificato in passato, e in qualche caso ancora persiste l’idea, di indirizzare l’allevamento verso un’unica via che vede da un lato gli appassionati del ring (che accoppiano setter belli ma con pochissime attitudini al lavoro, spesso mancanti di passione, di olfatto potente, di solidità di ferma), dall’altro i maniaci dei field trial (che accoppierebbero anche due sgorbi pur di riuscire ad avere dei potenti vincitori nelle prove), che però ricordano solo lontanamente il tipo. L’ideale sarebbe che i prodotti, pur indirizzati a scopi differenti, avessero doti eccellenti in ogni campo, in modo che un campione di lavoro potesse raggiungere il Molto Buono e il titolo di campione di bellezza nelle esposizioni e qualifiche analoghe sui campi di prove. E’ lontano il tempo (salvo casi piuttosto rari) di esemplari tendenti al nanismo, mentre il gigantismo non esiste, ma è certo che i soggetti che nascono da cucciolate con genealogia unicamente da lavoro difficilmente raggiungono un’altezza al garrese elevata, almeno sui 60 cm ideali richiesti dallo standard e anche qualcosa di più. Non sempre si osserva quel rapporto bracci o/avambraccio che rende il setter prés de terre, le groppe difficilmente sono ottimali cuccioli appena nati….e i piedi raramente hanno le dita riunite, come si conviene a un lavoratore che deve correre in terreni difficili. Le belle teste di alcuni soggetti da esposizione sono spesso appesantite da giogaia, che indica flaccidezza e poco vigore fisico. Le frange che si vedono nei manti dei vincitori in esposizione, belle per sericità e lunghezza, testimoniano anche la poca attitudine al lavoro, ma, di contro, è possibile vedere nei soggetti da prove mantelli con frange eccessivamente corte, formate da peli radi e poco serici. Tutto ciò non deve più accadere. Frequentando le prove si possono notare magnifici esemplari che farebbero bella figura anche nel ring. Ebbene, è da questi che dobbiamo ricavare i futuri setter inglesi per riuscire ad assommare i pregi sia estetici sia pratici. Nell’allevamento del setter inglese c’è stato qualche anno fa, e non è ancora completamente scongiurato, il pericolo della displasia dell’anca, che si ripropone per via ereditaria se i soggetti che vengono accoppiati ne sono affetti. E la peggiore (o tra le peggiori) forma patologica che il cane possa manifestare, perché con il passare del tempo riduce, se non annulla del tutto, le facoltà di locomozione. C’è solo un sistema per ridurre o cancellare tale calamità: sottoporre i riproduttori a un esame radiografico e non farli mai accoppiare qualora anche uno solo dei partner ne sia affetto, seppure in modo apparentemente leggero. E’ necessario che maschio e femmina siano in perfetta salute, senza difetti, o almeno che questi siano di poca entità ed i pregi nettamente superiori. Mai unire due setter con uguali manchevolezze, sia che possano ascriversi al carattere, sia che riguardino il soma. Cercare sempre di bilanciare ove vi sia bisogno, considerando che la perfezione non esiste in natura e che sta solo nell’intelligenza dell’allevatore, il quale deve sapere fino a che punto può azzardare nel l’accoppi amento. Non vi sono regole fisse da seguire. Vi sono invece concetti che ognuno elabora dentro di sé e che percepisce come dettati dall’istinto. Insomma, allevatori si nasce!
