Edward Laverack fu uno sportman che comprese esattamente i compiti e i limiti dell’attività che amava praticare: l’allevamento del setter inglese a scopo venatorio. “Fra tutti i cani da caccia non ve n’è uno che sia genericamente più utile, più bello e di maggior olfatto del setter”.
Laverack affermava ciò in base ad esperienze che si possono anche ritenere del tutto personali, ma che comunque non poggiarono mai su una semplice simpatia estetica. Egli fu l’utilizzatore razionale di una razza creata per un certo tipo di lavoro, della quale studiò nella pratica il rendimento venatorio e ne riconobbe le doti di dinamicità, a nessun altro galoppatore da ferma inferiori, contestate soltanto da teorici inesperti che mai ebbero setter e mai ne videro sul terreno, o che forse considerarono soltanto esemplari conti nentalizzati. E specificò le ragioni della sua preferenza lodando nel setter quegli attributi che a suo avviso determinano il rendimento di ogni cane da ferma: “useful”, utile, idoneo a far carniere, che è il requisito primo del cane da caccia. “Beautiful”, bello, non intendendo un bello voluttuario ma funzionale, tant’è vero che ricorda subito dopo che A piede del setter è il più resistente”; e più oltre asserisce che il setter è “dotato di resistenza superiore a quella di altri cani, appropriata a tutti i terreni ed a tutti i climi”, il che sottintende massima passione e adattabilità a tutte le cacce. “Sagacious”, sagace: nel senso antico di canis sagax, di gran fiuto, termine che indica con evidenza il carattere primo del cane da ferma e l’aggettivo è comparativo.
Laverack fu storiografo della razza, della quale ricercò le origini e seguì l’evoluzione; fu imparziale nel riconoscere i meriti del pointer, il grande rivale, e di altre razze, modesto, non attribuendosi titoli oltre quello di allevatore ed utilizzatore (“esimio”, lo decretarono i posteri) e mai di creatore della razza; fu pratico, perché persuaso della necessità del collaudo della funzione; inoltre non si accontentò di esaltare platonicamente il setter, o di giovarsi di opinioni altrui, ma lo impiegò personalmente sul terreno “<Ho trascorso l’intera mia vita ed ho settantatré anni, a conservare e tutelare perfetta questa razza”). Fu intraprendente, perché fu ansioso di esperimenti selettivi per migliorare la razza, riuscendo a stabilire una varietà ottima come ausiliare sopra molte altre, talché la sua fu universalmente denominata Laverack fino ad identificarsi erroneamente col setter inglese, e non pochi persistono ancora attualmente a indicarlo con quel nome; fu erudito scientificamente, perché studiò i problemi della riproduzione con chiarezza di vedute e valide intenzioni, pur non disponendo ancora degli argomenti che il progresso scientifico offerse poi alla genetica. Non ebbe mai, da quanto ci risulta, l’esemplare bello nel senso (falso) troppo spesso affibbiato al setter inglese, quasi fosse un vezzoso animale di lusso, ma ne esibì di gagliardi nel lavoro, non temendo confronti sul terreno venatorio ed in match con altri rinomatissimi esponenti di quella ed altre razze, non rifuggendo mai dai confronti, con elevato e conscio spirito agonistico.
Si possono discutere alcune sue affermazioni (e discutibili lo furono allora e lo sono oggi), ma è impossibile non riconoscere che Laverack vide giusto nel descrivere il setter come un cane “rapidissimo, ardito, sciolto”, ossia così come fu concepito all’origine, e come lo vogliono gli allevatori che hanno coscienza dei caratteri congeniti della razza per un impiego specifico.
Qualunque disegno, purché di autentico esperto, vale più di qualsiasi descrizione: nel testo di Laverack è inserito il ritratto di Dash, un bleu-belton, esemplare che non denuncia alcuna di quelle esagerazioni di caratteri che traviano il setter nella costruzione, purtroppo frequenti in disegni antichi e moderni. Dash aveva dieci anni al tempo di quella citazione: esaminando tronco, spalle, arti, coda, se ne apprezza la validità fisica. La testa ha profili paralleli, labbro quadrato e sobrio, e sporge netta dal collo che si protende, alquanto appesantito dagli anni, dal garrese alto. Membra solide, ossatura potente, complesso armonico. Non è bellissimo: è funzionale. Ne vorremmo parecchi come Dash, oggi. Quello è il “setter, cane da caccia”. Dove Laverack insegna a tutti la funzione categorica del setter è quando lo descrive nella cerca a vento: “Perché la sua sagacia gli suggeriva che trovava più presto a quel modo il selvatico, interrogando il vento”; ossia: compito del setter è reperire, naso alto, l’incontro. Solo in alcuni e rari casi, brevi fiutate sul suolo per stabilire da quale parte sia scampato di piede il selvatico. Efficacissima l’affermazione: “Sono persuaso che quel setter fermava al di sopra delle emanazioni diffuse dal corpo del volatile e non su quelle (rimaste) impresse sull’erica durante il suo pedinamento”.
Le emanazioni provenienti direttamente dal corpo del selvatico tendono a diffondersi verso l’alto molto più di quelle generate dai relitti impressi sul suolo, erbe ed arbusti. Perché il cane da ferma reagisce con la ferma statica, prolungata, ai sentori diffusi da animale immobile, e con brevi puntate, cenni, su quello in movimento, che trascina l’intensità del sentore via via diminuente, oltre, con sé. Talmente utilizzatore, Laverack, che esclama: “Sebbene molti dei setter che ho citato non siano mai stati presentati in esposizioni, ritengo essi altrettanto di valore come se avessero ottenuto premi, a migliaia, alle mostre, compresa la Medaglia d’Oro di Parigi”. Per niente benigno, Laverack, con le esposizioni: “Sono convinto che è irrazionale giudicare il cane esclusivamente in base all’aspetto”.
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